La trecentina e i digitali

Il manoscritto trecentesco del Decameron, fragilissimo ed elegante tra le mani del direttore (senza guanti ma, insomma, non stiamo a sottilizzare) è un tesoro di cui non sapevamo nemmeno l’esistenza. Si trova tra i fondi speciali della Magna Capitana.

L’ espressione misteriosa ci suggerisce qualcosa a metà tra un film di 007 e uno di Harry Potter e promette chissà quali altri gioielli gelosamente custoditi dai sacerdoti di questo tempio laico. I ragazzi guardano a bocca aperta il video amatoriale. Boccaccio lo hanno appena studiato. Possibile sia proprio originale? Con questo dilemma che rimane sospeso a mezz’aria, il viaggio in biblioteca continua.

F.P.magnacapitanata

È bello qui. Il silenzio, l’ordine, la luce che entra dai finestroni e ci svela tanti tanti tanti libri. Ci chiamano, i libri. Tutti insieme e ciascuno col suo codice segreto, attraendoci in direzioni diverse, ammaliandoci come sirene verso suoni parole odori colori e storie. Tante storie.

Ci schiantiamo con piacere sugli scogli dei divanetti. Sarebbe bello restare per un tempo indefinito a sfogliare libri. «Non torniamo a scuola, prof…». Nessuno vuole uscire a fare i conti col mondo.

Qui non sembra neppure di essere a Foggia. «Proprio come a Roma o Milano o Parigi…», dice l’alunno viaggiatore.

«Prof, ma perché vogliono chiuderla?». Mi aspettavo la domanda di Francesca. «Noi solo questa c’abbiamo!!». Eccolo là, l’improbabile italiano di Mirko.

Mi commuovono questi giovani nativi digitali. È bastato poco a convertirli. Qualche libro e un po’ di silenzio. Cerco di trovare i termini più semplici ed obbiettivi. Tra qualche mese non esisteranno più le province: lo stato italiano le ha abolite ritenendole inutili oltre che dispendiose. Il problema, continuo, è che insieme agli enti provinciali sono a rischio anche alcune istituzioni importanti come le biblioteche tra cui la Magna Capitana, una delle più grandi della Puglia e fondamentale per la vita culturale della nostra terra travagliata.

I miei alunni hanno lo sguardo di chi non ha ben compreso e non solo per le parole che ho usato. Le facce sono arrabbiate, stupite, dispiaciute. Però non ancora rassegnate. Si, è vero, stanno alzando un po’ troppo la voce. Si alzano tutti. Dichiarano di voler fare lotte, occupazioni, raccolte di firme. Qualcuno propone di andare a Bari, a Roma. Qualcuno dovrà pur darci retta. Non possono toglierci la biblioteca.

Beh, mi dico , mentre faccio finta di zittirli, allora forse c’è ancora una speranza per la Magna Capitana. Quella particella “ci”, “a noi”, mi spiega che è bastata una volta a far sentire loro la biblioteca e indurli a lottare.

Forse davvero c’è qualcosa di magico tra queste mura, tra queste pagine. Boccaccio se la starà ridendo, come suo solito, da quella copia miracolosamente arrivata fino a noi.

M.L.T. (foto di F.P.)

Le arti marziali di fronte ai fornelli

Mi capita, soprattutto dopo aver fumato, di mettermi davanti ai fornelli e sentirmi un gran maestro di arti marziali cinesi. Pare che le gambe assumano da sole la posizione da cavaliere tipica del tai chi o kung fu: il coccige si sposta in avanti come seduto su uno sgabello, la spina dorsale è dritta, il mento è leggermente spostato all’indietro e la testa pende dal soffitto come attaccata a un filo. A completare il quadro, denti chiusi e lingua sotto il palato.

talamoig - profilo di donna

Presente e concentrato mi riapproprio di me. E’ un processo spontaneo e non capita sempre. Solo quando son rilassato e solo davanti al fornello sinistro. Allora il cucchiaio di legno fende l’aria, rimescola veloce, assaggia. Come le femmine, riesco a fare due e più cose insieme (e una di solito non mi basta). E’ poco zen, ma tant’è: fondamentalmente sono un’anima in pena. Ho preso da mia madre.

Adoro le verdure sminuzzate alla perfezione ma trovo il processo una gran rottura. Lavo però sotto l’acqua corrente, in uno scolapasta a maglie molto fini, legumi e cereali, riso integrale, miglio e quelle altre cose che, diceva M., dovrebbero mangiare i passeri.

L’olio di solito lo metto a crudo. Quand’ero piccolo mi è stato soffritto così tanto e tutto, che poi non ho soffritto più niente. Mi ci sto riconciliando, ma mi fa ancora una leggera paura quell’unto che risucchia ogni sapore.

Master of vegetables, mi ripeteva S. Il verduraio di fiducia, F., che coltiva alle porte della città, non mi fa allontanare se non mi ha regalato una busta di bietole o cicorielle selvatiche. Bietole tutto l’anno, che non so ancora  come faccia, nel frigo sono l’unica cosa che non manca.

Cucino in pentole rigorosamente d’acciaio, che di quelle antiaderenti ho l’idiosincrasia del rivestimento che se ne viene. E che provoca il cancro. Fumo da più di mezza vita, ma ingerire il teflon è per me ingurgitare un corpo estraneo alla vita o un rifiuto radioattivo. “Per tutti la morte ha uno sguardo”.

Forse ho iniziato a innamorarmi di A., e mi si è chiuso lo stomaco per tre settimane, quando mi ha detto che più di tutto le piacevano i legumi. Lì mi tramortisci: è un affondo senza parata e a niente servono gli estenuanti allenamenti in palestra.

Il pasto è un pensiero lungo che si consuma in fretta. Inizia al mattino, se non la sera prima. Un pensiero che prende corpo pian piano. Spunta all’improvviso dal nulla, bastano il suono di una parola, un racconto o un profumo. Quest’anno al compleanno, da brava nonnina, mi sono svegliato alle sei di mattina per andare al mercato a prendere l’occorrente per la cena. Avevo invitato quindici persone, che con me saremmo stati otto uomini e otto donne. Ero appena stato dal dottore e cercavo disperatamente un equilibrio di genere, abituato a sguazzare tra le donne. M. mi ha tenuto attaccato a sé, a volte fidanzato, altre organo del proprio corpo, strofinaccio per la polvere, fazzoletto con cui soffiarsi il naso e liberarsi degli umori in eccesso. Il padre ha lasciato fare, preso da ben altri fantasmi. E son venuto fuori ginecofobo, nonché con pensieri persistenti e ripetitivi creati ad arte per sconfiggere la solitudine. Va da sè che, con una M. così, N. doveva per forza soffrire di DCA e io non potevo non portare costantemente il pensiero al cibo. Una persona, tra le tante e più di tutte, mi ha ricordato N. Le incontro ancora nelle tipe strane di cui ogni tanto mi invaghisco. Per fortuna son volubile di carattere, così più di tanto non ci resisto.

Inizio incosciente ma so che fino alla fine riuscirò a mettere il piatto a tavola in tempo. Le ore di intenzione e preparazione si esauriscono poi in un pasto consumato alla svelta, specialmente se da solo. A casa vigeva un certo rigore, se non era bollente il piatto non era degno e allora tutti giù immersi senza fiatare in quelle pietanze condite da sentimenti confusi.

I miei coinquilini me l’hanno fatto notare: la minestra non può mancare. La amo sia in inverno che in estate. Cucino almeno per due, tanto gli avanzi te li mangi il giorno dopo senza neanche riscaldarli.  La mia passione è preparare marmitte per un numero imprecisato di ospiti. Il mio mito è quel personaggio de I vagabondi del Dharma che, con quel che trovava, improvvisava pranzi luculliani per tutti.

Ma questa fatica intellettuale avrà pure un senso?

Mia madre mi racconta come, nel  secondo dopoguerra in campagna, la fame fosse la norma. Pezzi di formaggio grandi come un’unghia, diceva sua nonna, andavano mangiati con intere fette di pane. Il periodo dei piselli era il periodo di piselli, quello delle melanzane tutti i giorni melanzane. Non c’era scampo.

Giù nella piana ricoperta di ulivi i campi sono ancora uno strato compatto di sassi. Sono impervie da coltivare le terrazze verso le montagne basse. Che non bastasse mai era un pensiero ricorrente, come il cibo veicolo d’amore. Così, passeggiando per le vie della città senz’alberi, guardando il triste volto della speculazione, mi distraggo. Taglio, condisco, preparo. Aglio, sedano, cipolla. Figlio di questa terra e dei suoi frutti.

identify myself

fino a quando sarò giovane rappresentante della poesia romena.
quanto continuerò a scrivere poesie orribilmente femminili,
a essere talmente uncool e unsexy.
a 35 anni che si scriverà dopo elena vladareanu virgola.
dove è il mio umorismo. come sto messa col networking.
ho una corrispondenza con un giornalista austriaco
con un artista plastico berlinese
con un autore messicano di haiku che vive a praga
– davvero questo conta di più? –
con alcuni intellettuali albanesi,
ma certo questo non si menziona.
perché mi gratti allora la pancia.
mi sforzo abbastanza perché la mia letteratura venga tradotta.
è migliorato il mio inglese dopo una settimana a new york.
ho iniziato a scrivere il libro del secolo.
ho fatto domanda per borse di studio ho fatto incetta di lettere di raccomandazione
ho vinto qualche premio ho un cv impressionante
ho capito le regole del gioco come vado con la diplomazia
quanto spesso è presente il mio nome su google
e in quante pagine in inglese

in fondo io non sono che una brava ragazza.
porto con me un corredo di propositi da scrittore,
ho sogni borghesi,
voglio casa e bambino.
voglio amarti fino alla fine del mondo.

La mia immagine non corrisponde.

Viene la CELLULITE, mi acchiappa per il ciuffo e mi sbatte la testa contro lo specchio.

LA CELLULITE: quando ti decidi di fare l’abbonamento in palestra?
LA CELLULITE (muovendosi con un dito grosso sulle mie cosce): Buccia d’arancia! Smagliature! Metti la mano e vomita! Infila per dio il dito in gola e vomita!

La porta sbatte contro la parete ed entrano IL ROTOLO DI GRASSO, I BRUFOLI e I PUNTI NERI, LE OCCHIAIE, QUEI 5 CHILI IN PIÙ, IL SEBO, I PELI DELLE GAMBE, DELLE ASCELLE E DELLA ZONA INGUINALE, LE SOPRACCIGLIA E I BAFFETTI, IL METEORISMO e, alla fine, LA SINDROME DEL COLON IRRITABILE.

QUEI 5 CHILI IN PIÙ (mi danno una gomitata e colpisco con le spalle la cabina della doccia): Meriti un pugno nel fegato per ogni cubetto di cioccolata mangiato in tutta la tua vita di merda!

QUEI 5 CHILI IN PIÙ mi colpiscono con tutta la forza nella zona del fegato.
I PELI DELLE GAMBE, DELLE ASCELLE E DELLA ZONA INGUINALE mi si parano davanti, dopo aver tolto di mezzo con un calcio QUEI 5 CHILI IN PIÙ.

I PELI DELLE GAMBE, DELLE ASCELLE E DELLA ZONA INGUINALE (con un tono insinuante, ammonendomi con l’indice): Che dici, non ti è piaciuto il dolore?! Quelle che non usano il depilatore elettrico meritano di essere violentate!

IL ROTOLO DI GRASSO cinguetta: Ecco qui un DVD che ti aiuterà a diventare sexy.

“Come essere sexy, tra scienza e arte”.

LA SINDROME DEL COLON IRRITABILE (con dolcezza): Ragazza mia, hai mangiato di magro in quaresima? E con Maria Treben hai provato? Sappi che aiuta.

LE CARIE ciarlano: So che sai, così non insisto oltre. Ma se lo sai così bene, forse lo dici anche a me quando inizi ad andare dal dentista almeno una volta ogni sei mesi, quando inizi a usare il filo interdentale e il colluttorio, quando ti farai il trattamento anti-tartaro. E guardami, quell’unica sigaretta che ti fumi ogni giorno ha iniziato a vedersi

la mia immagine non corrisponde

sono un costrutto.

sono un oggetto.

sono la carne
sono il sangue
sono il sesso
sono gli slip sporchi esposti in pubblico
sono gli spettacoli che do di me
sono la mancanza di intelligenza
sono provocatore-e-niente-altro
sono disgusto.

sono il seno 90 cm
sono la vita sottile
sono i fianchi irriverenti
sono calcio nei limiti normali
ferro e magnesio
sono due litri di liquidi al giorno
sono foglie tenere d’insalata
sono soia e acidi grassi omega3
e “chiedi al tuo parrucchiere un caschetto asimmetrico”
sono almeno mezz’ora a piedi al giorno
e una vita attiva
sono vintage e second hand e colluttorio
sono profumo 51 euro 50 ml:
provalo sempre sulla pelle prima di acquistarlo.
sono “sii sicura che ti rappresenta”.

siamo una famiglia giovane
si dice di noi Sono una coppia ideale
Assolutamente adorabili Stanno così bene insieme Sembra
si somiglino
siamo perfettamente sani
siamo i personaggi della rivista Psychologies*
siamo contro il pessimismo e la depressione
siamo dell’idea che andrebbero proibite.
così come:
*gli homeless
*gli uomini soli
*i bambini rumorosi
*i vecchi rimbambiti e bacucchi
*i cani randagi
*le notizie sul cancro
e in generale tutto quello che non è in perfetto stato di funzionamento.

* Leggi “La regola del primo bacio” in Psychologies, numero 6, marzo 2008.

di Elena Vlădăreanu, dal volume “spaţiu privat. a handbook”

Le anime perse dei migranti di Patrasso

A poca distanza dal porto, in cima a una piccola collina, il castello di Patrasso domina il mare. E alle sue spalle la città continua monotona, con le palazzine chiare di due o tre piani e le case abbandonate che sono diventate un tetto per i migranti di Patrasso. Qualcuno dice siano cinquemila. Inesistenti per la legge degli uomini e a quanto pare anche per quella di dio.

foto compleanno 2010 più altre 001

Dietro l’angolo, ad appena una notte di viaggio da Bari, Patrasso è un punto nevralgico per chi vuole tentare di attraversare illegalmente il Mediterraneo. Le frontiere greche sono un colabrodo e sono anche le ultime rimaste a dare speranza a chi fugge da guerra e povertà.

“C’est une catastrophe”, mi dice in francese un ragazzo berbero incontrato alla stazione. Un suo amico mi racconta che lui in Italia ci ha vissuto ma, espulso, ora tenta di rientrarci. Addossati alla rete metallica e al filo spinato che costeggiano il porto e accompagnano la città nel suo dispiegarsi sulla costa, ogni giorno vedi le stesse facce stanche. Nord Africa, Africa nera, una moltitudine di afgani. Trascorrono le loro giornate aspettando l’occasione buona per saltare la rete, correre verso un camion sperando di non essere visti, infilarcisi sotto a rischio della vita per arrivare in Italia e…

E’ il sogno di tutti. I controlli a tappeto rendono l’impresa praticamente impossibile, a meno che non paghi i trafficanti. Eppur ci sperano o la speranza ha solo lasciato il posto all’abitudine. I militari scandagliano i camion con gli scanner e gli stessi autisti stanno attenti a non avere ospiti indesiderati per via delle multe salate. Alla fine vengono stanati e picchiati dagli uni e dagli altri. Troppo uguali a se stessi quei giorni e quei mesi passati ad aspettare.

Un ragazzo afgano, avrà avuto quindici anni, aspetta un treno su una panchina. Scolpita sul suo volto la maturità precoce e la fatica di essere solo, solamente un bambino. Va a raccogliere patate,  dice nel suo inglese stentato, dieci ore al giorno gli frutteranno una ventina di euro.

C’era una volta a Patrasso un campo di baracche dove vivevano un migliaio di suoi connazionali. Un ragazzo che ci è passato mi ha detto: “entrato nella tenda per la notte, stavo attento a non toccare nulla, mi faceva tutto così schifo!” Ci avevano costruito anche una moschea, ma è stato demolito nel 2009. Prima che le sue casette di lamiere e cartoni fossero abbattute, alcune associazioni e centri sociali avevano iniziato a donare cibo e indumenti. Ma ora è tutto più difficile. I migranti sparsi per la città non si fidano, gli attivisti locali pensano alla situazione politica, ai tagli e alle proteste del sessantotto balcanico. L’indifferenza della gente che passeggia per le vie del centro e il limbo dei migranti che a due passi da lì guardano le navi salpare, sono due mondi lontanissimi.

Le politiche greche per l’integrazione sono inesistenti, la chiesa non sembra preoccuparsene e la società civile latita. Lo sfruttamento è quotidiano, i documenti una chimera. Le leggi comunitarie sono chiare: chiedere l’asilo politico in un paese dell’unione significa doverci restare. Ma per tutti la Grecia è solo una tappa di passaggio.

A chi conviene tenere tante vite appese a un filo? Soprattutto in periodo di crisi, dietro i toni roboanti dei nostri governanti, chissà quanti sotto sotto se la ridono di questa abbondanza di manodopera a basso costo e senza diritti, che spinge al ribasso i salari di tutti. Ancora una volta le politiche repressive si stanno rivelando efficaci.

A.V. – Autunno 2010