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Leggendo “L’austerità è di destra” capisco perché a Berlino si sta così tranquilli e qui no

            A sud anche la tecnologia arriva già obsoleta. 
G.S.
Ad A., 
che mi racconta sempre di quanto si stia bene a Berlino

Ascolto tanti racconti su Berlino. Capitale europea, cultura, relax, divertimento, arte, giovani stravaganti. “Ti piacerebbe un sacco”, mi dice chi c’è stato, “ci devi assolutamente andare”. E al paese dove sono nato sentivo sempre commentare con l’emigrato in Germania di turno: “lì sì che si sta bene, non qui”. Tutto bello, tutto preciso lì, tutto in ordine. Le cose addirittura funzionano.

Si soffre di esterofilia qui a Sud. Siamo provincia dell’impero e la capitale ci pare lastricata d’oro. Un fondo di verità però ci sarà. Certo è che, se lì si vive rilassati, qui le tensioni non mancano. Tutto è duro, complicato, irto d’ostacoli. Pietra nella terra arida. Ci sarà forse un nesso tra queste percezioni del mondo agli antipodi? Nel caso, qual è il prezzo di questa presunta rilassatezza della vita e dei costumi dei berlinesi? E chi lo sta pagando?

Leggendo “L’austerità è di destra. E sta distruggendo l’Europa“ di Emiliano Brancaccio e Marco Passarella (2012), mi sono imbattuto in questa frase:

“«mezzogiornificazione» delle periferie europee: il termine è stato coniato da Paul Krugman, in uno scritto anticipatore del 1991. Con questa espressione, l’economista americano intendeva richiamare l’attenzione sul nesso esistente tra unificazione economica e monetaria e processi di concentrazione territoriale della produzione.”

Spiegano gli autori:

“la sua tesi consisteva nell’idea che, una volta costituita la moneta unica, l’Europa sarebbe stata attraversata da intensi processi di concentrazione territoriale della produzione e dell’occupazione. La morfologia del tessuto produttivo europeo avrebbe finito così per somigliare sempre di più a quella degli Stati Uniti. Tuttavia, questa convergenza non sarebbe avvenuta senza sacrifici: le aree periferiche del continente sarebbero state colpite da fenomeni di desertificazione produttiva e migrazione di lavoratori verso l’estero. Da qui, dunque, scaturisce il concetto di «mezzogiornificazione», vale a dire l’idea che il sottosviluppo del Meridione rispetto al resto dell’Italia da caso particolare si sarebbe tramutato in caso paradigmatico per il complesso dei rapporti tra i paesi periferici d’Europa e il resto del continente.”

Le statistiche sulle sorti sventurate del Sud acquistano così un nuovo significato. Invece di convergere verso qualità e standard europei, di diventare come i tranquilli paesi nordici che tanto ammiriamo, il Sud e le altre zone periferiche d’Europa declinano inesorabilmente. C’è un nesso con le attuali politiche continentali. E’ la tesi degli autori, che affermano:

”il depauperamento dell’Europa del Sud e delle altre aree marginali dell’Unione non rappresenta necessariamente un processo inesorabile, ma può essere visto come una delle conseguenze della politica di austerità.” 

“Le divergenze in corso sono infatti polimorfe, multidimensionali, e crescono nel tempo a causa della preponderanza di forze che caratterizza soprattutto l’economia tedesca rispetto alle realtà periferiche dell’Unione. Grazie a un grado di centralizzazione e organizzazione dei capitali nettamente superiore al resto d’Europa, e a una politica neomercantilista, basata sul contenimento della domanda interna e dei salari in rapporto alla produttività, la macchina produttiva tedesca si caratterizza per una straordinaria capacità di penetrare i mercati dei paesi periferici dell’eurozona e di individuarvi un’importante, ulteriore fonte di domanda per il proprio sviluppo. L’andamento delle bilance dei pagamenti verso l’estero è in questo senso particolarmente indicativo. Mettendo a confronto i conti esteri della Germania da un lato e dei quattro paesi dell’Europa del Sud dall’altro, si rileva una tendenza all’ampliamento dei surplus dell’una e dei deficit degli altri proprio a partire dagli anni in cui l’Unione monetaria è andata formandosi.”

Alle origini della crisi, lo sappiamo tutti, lo spreco. Il passato e la morale avvalorano la virtù del risparmio. Quante volte ho sentito di persone, in campagna, che in tempi non sospetti riciclavano tutto. Dai fogli di giornale riusati come carta igienica alle bottiglie di vetro. Non si buttava niente. Certo un po’ si esagerava: negli anni ’70 mia nonna, per non accendere la stufa, d’inverno in casa indossava cappotto e guanti. Negli anni ’80 mi sono imbattuto in cortili di case di campagna ricolmi di carcasse di auto, frigoriferi e lavatrici. Si sa, in quegli anni spendere e spandere è diventato lo sport preferito dalla generazione dei nostri padri, che ha scaricato su quelle successive una montagna di debiti.

“Prendiamo ad esempio l’idea secondo cui noi tutti, in questi anni, avremmo vissuto «al di sopra dei nostri mezzi» caricando un insostenibile «debito sulle giovani generazioni». Questa litania circola da mesi indisturbata sui media. Ma in che senso noi tutti avremmo vissuto al di sopra dei mezzi, visto che l’economia nel suo complesso è afflitta da un sistematico sottoutilizzo del lavoro, degli strumenti di produzione e delle forze produttive esistenti? E ancora, come può l’economia nazionale ripagare i suoi debiti attraverso l’austerità, se questa a sua volta implica un ulteriore, mancato utilizzo delle forze produttive e un ulteriore calo dei redditi? Infine, perché mai le cosiddette «giovani generazioni» sarebbero salvaguardate dalla politica di austerità, visto che questa contribuisce al dilagare della disoccupazione soprattutto tra di loro?”

Ma cosa è successo allora negli anni bui dello spread alle stelle, quando non si parlava d’altro? In quei mesi sembrava che questa misura della differenza tra il costo dei titoli del debito pubblico tedeschi e del paese preso in considerazione, fossero tutto quanto una comunità dovesse sapere.

“L’opinione prevalente in ambito politico è che la crisi avrebbe palesato una verità tenuta troppo a lungo nascosta: l’ampliamento degli spread iniziato nel 2010 si spiegherebbe col fatto che alcuni paesi dell’Unione registrano una spesa pubblica sistematicamente più alta delle entrate fiscali, e quindi livelli eccessivi del deficit pubblico annuale o dell’ammontare di debito pubblico accumulato nel corso degli anni. Stando a questa visione, deficit e debiti pubblici troppo alti rispetto ai redditi nazionali sollevano dubbi sulla sostenibilità della posizione finanziaria di alcuni Stati europei, e diffondono nei mercati il timore di un loro fallimento.” 

Il problema è che nemmeno questa volgarizzazione regge alla prova dei fatti. L’idea che i livelli degli spread dipendano semplicemente dai livelli del deficit e del debito pubblico non trova conferme nella ricerca economica. […] L’economista tedesco Daniel Gros, ad esempio, ha notato che durante i tre anni successivi alla crisi mondiale, gli spread dei paesi dell’eurozona risultavano fortemente correlati alle bilance commerciali verso l’estero: maggiore era il deficit estero di un paese, maggiore la differenza tra i tassi nazionali e quelli tedeschi. Anche una ricerca del Fondo monetario internazionale ha confermato l’importanza del deficit verso l’estero per la determinazione degli spread. Inoltre, è possibile mostrare che fin dalla nascita dell’euro, e in modo ancor più accentuato a partire dalla crisi del 2008, gli spread dei paesi aderenti alla zona euro hanno presentato correlazioni non tanto con il deficit e il debito pubblico, quanto piuttosto con il deficit e il debito verso l’estero, sia pubblico che privato. In altri termini, non è l’eccesso di spesa pubblica sulle entrate fiscali a preoccupare tanto, quanto piuttosto l’eccesso di importazioni rispetto alle esportazioni. Un eccesso, come abbiamo visto, che si concentra nei paesi periferici dell’Unione e che rappresenta l’immagine speculare del surplus di esportazioni tedesco.”

Sussiste dunque un pesante squilibrio interno al continente europeo, evidenziato dall’accumulo di debiti verso l’estero da parte di alcuni paesi, a fronte di un accumulo di crediti verso l’estero da parte di altri.”

L’austerità, riducendo i redditi e per questa via le importazioni, e aumentando l’export con il contenimento dei costi del lavoro, rimetterebbe i conti in ordine.

“L’idea che va per la maggiore, infatti, è che solo i paesi debitori verso l’estero dovranno farsi carico del riequilibrio nei commerci. Tali paesi dovranno cioè realizzare opportune politiche di austerity sul versante della spesa pubblica e dei salari, e di ulteriore liberalizzazione dei mercati. Le politiche di abbattimento della spesa consentiranno di ridurre le importazioni. Le politiche di liberalizzazione dei mercati, in particolare del mercato del lavoro, dovrebbero permettere di ridurre i costi di produzione e i prezzi, accrescere la competitività e aumentare le esportazioni. Infine, le politiche di compressione dei salari opereranno su entrambi i fronti, dell’import attraverso la riduzione della domanda e dell’export attraverso l’abbattimento dei costi. Per queste vie, il deficit verso l’estero dovrebbe ridursi fino a sparire, e la tentazione dei paesi debitori di sganciarsi dall’euro dovrebbe rientrare”.

L’idea che il rilancio dell’economia sia da costruire sulla riduzione dei salari e delle condizioni di lavoro fa parte della nostra quotidianità. Eppure:

“non è possibile stabilire alcuna relazione statistica tra maggiore flessibilità del lavoro e riduzione della disoccupazione. La precarietà, dunque, non aumenta l’occupazione, ma può essere funzionale al tentativo di rimettere in equilibrio l’Unione attraverso l’austerity e la compressione salariale a carico dei paesi debitori verso l’estero.”

Si potrebbe almeno usare l’austerità come strumento per ridurre gli sprechi e la corruzione, vien da pensare. Dopo il grasso che cola la dieta che rimette a posto.

“Vi è ad esempio l’illusione che una politica di restrizione fiscale possa indurre i cambiamenti strutturali indispensabili per rendere collettivamente fruibili i benefici del progresso tecnico, e possa addirittura contribuire al trapasso verso una società più rispettosa dell’ambiente, magari persino fondata sulla «decrescita». E vi è pure l’idea naïve secondo cui l’arma dell’austerità potrebbe essere finalmente rivolta non verso i lavoratori, ma contro i dissipatori, i corrotti, i membri della «casta». La realtà, tuttavia, è un’altra.” 

Ci sono troppe contraddizioni nella logica dell’austerity. Quello di cui si parla tanto, il rilancio della produttività, non può avvenire in un paese se tutti attuano la stessa politica.

“Infatti, poiché lo schiacciamento dei salari si verifica in tutti i paesi, allora le nazioni indebitate non possono mai, attraverso di esso, recuperare competitività rispetto alle nazioni creditrici. Addirittura, nel caso dell’eurozona, la massima deflazione relativa dei salari è avvenuta, paradossalmente, proprio in Germania, vale a dire nel paese già caratterizzato dal più ingente surplus commerciale verso l’estero.”

Siamo un gigante dalle gambe d’argilla.

“L’Unione è stata edificata su basi competitive insostenibili. Insistere lungo la via della concorrenza tra paesi, tra capitali e in ultima analisi tra lavoratori, accresce i dubbi degli operatori finanziari sulla tenuta della zona euro, aizza ulteriormente la speculazione e conduce l’Europa nel precipizio di una modalità della deflazione da debiti di particolare virulenza: la deflazione competitiva dei salari.”

Quel che vale per l’Europa, si può dire lo stiano facendo tutti nel mondo globalizzato, non senza conseguenze. E allora?

I produttori ripongono qualche speranza illusoria su iniziative che, intraprese da un singolo, lo avvantaggerebbero, ma che non giovano a nessuno nel momento in cui diventano condotta generale […]; se un determinato produttore, o un determinato paese, taglia i salari, si assicurerà così una quota maggiore del commercio internazionale fino al momento in cui gli altri produttori o gli altri paesi non facciano altrettanto; ma se tutti tagliano i salari, il potere d’acquisto complessivo della comunità si riduce tanto quanto si sono ridotti i costi.” (J. M. Keynes)

Che fine faremo, cosa diventeremo dopo gli antichi fasti? Provincia remota dell’impero, dove neanche Cristo è mai arrivato?

“E’ diffusa l’opinione secondo cui i tedeschi alla fin fine non permetteranno che la zona euro esploda. Questo convincimento verte sul fatto che la dissoluzione dell’eurozona ridurrebbe il valore dei crediti verso l’estero posseduti dalle banche tedesche e deprimerebbe anche la competitività delle imprese tedesche. […] Tuttavia, non bisognerebbe dimenticare che la dissoluzione dell’Unione monetaria darebbe anche qualche beneficio alla Germania e agli altri paesi creditori verso l’estero. Un’eventuale svalutazione da parte dei paesi periferici ridurrebbe infatti in termini ancor più drastici il valore delle loro attività: banche, imprese, patrimonio pubblico, tutto costerebbe meno, in termini di valuta estera. L’uscita di questi paesi dall’eurozona darebbe quindi ai capitali stranieri, in particolare tedeschi, ulteriori occasioni di effettuare «shopping a buon mercato» nell’Europa del Sud.”

Per questo, quando ascolto i racconti di A., quando mi spronano a visitare Berlino con tutti quei giovani, dove si sta bene e la vita è tranquilla, mi risale quello scetticismo profondo dei contadini di un tempo, che annuivano ma in fondo non credevano al parlare forbito e alle mani non sporche di terra.

A.V.

l’inutilità dell’inutilità

come ho potuto ? come ho potuto …
e poi, a chi posso mai dirlo? questo rende
ancora più inutile, perfino lamentarsi,
figurati immaginare che se solo avessi saputo
che sarebbe stato tutto così inutile, che lei…
non avrebbe potuto neanche minimamente capire
quello che intendevo, quello che le davo,
quello per cui tremavo, che vedendolo insieme
sarebbe stato per tutti e due…
ancora solo lontanamente percepisco estraniato
quella parte di me, che ancora non conosco,
che si scaglia senza guardare,
che gode solo del desiderio, trasformato in carne,
più reale del reale…
così gelosa della sua, solo sua,
per questo infinita, nullità
che continua a trasportare a riva
l’apparenza di inutilità,
e poter mettere in scena il dramma del lamento,
il gioco delle parole,
così che nel profondo vivere in pace
il vero senso
… del non senso

                                                                         fzzctgrs

Ode al deceduto ortaggio

Ode al deceduto ortaggio (o Del prezzemolo appassito)

-Petrarca perdonami-

O tu soave vegetale mediterraneo

Prelibato rinfresco alla sua arsura

Che di verdi ciuffi arricchisci

La più insipida minestra,

allieti le patate e i pomodori

perfino le zucchine, profumi

seppie, triglie, cernie e molti altri sapori,

certamente meriti alti onori!

Vieppiù che sempre nel mezzo stai e nel giusto,

O equa verzura!

Spandi profumi familiari

Ricordo dei cari Lari,

umilmente ti conservi

per essere sempre presente.

L’acqua e il bicchiere

vessillo di freschezza ancor maggiore ti rendono,

ma che tristezza or che giaci

esanime e ciondolante

senza vita riverso

e piano perdi le poche,

oramai gialle, foglie

che pria eran così tante!

M.G.F.

Ne ho conosciuti

Ne ho conosciuti di scafisti in carcere

mi pare due

probabilmente pesci piccoli

egiziani

mi facevano tenerezza

come un po’ tutti in quel luogo tetro

uomini

1000 euro se non ricordo male prendevano per un viaggio

lo facevano per soldi

me l’hanno descritto come si parla di un mestiere

una fatica dura ma necessaria

non mi hanno fatto schifo

non son riuscito a pensarli mostri dell’umano genere

 

Si fa un gran parlare di lotta agli scafisti

pare tutto alla rovescia

l’europa si pensa regina

innalza muri per restare intonsa

dal sozzume che produce e scarica

sul vicino

per non udire lo stridore delle armi che lei stessa ha venduto

per non guardare quelle scene di guerra che lei ha iniziato

dice che dovrebbero restare lì

buoni e zitti

a subire e farsi ammazzare

perché lei così ha deciso

capricciosa

una lagna

frigna

si lamenta

li lascia morire

vorrebbe che il mondo la capisse

ferita nel proprio pudore

mentre i paesi arabi ne accolgono tanti di più

di rifugiati

 

La Mia Ultima Estate

Passi stretti, strettissimi.

Mi dileguo sulla banchina più vicina alle barche e lascio il chiasso alle mie spalle.

Luglio è denso e ci sono in mezzo, unto, con i piedi che ci hanno messo un attimo a diventare neri.

talamoig_in quieteIl mare davanti ha il colore scuro della notte, questo mare ha il colore scuro anche di giorno. L’odore del pesce del mattino è caparbio ed è stretto in questo luogo fino alla sera, inizia un duello con il profumo della carne arrosto, non vince nessuno in questa battaglia, solo lotta.

La stessa guerra vive nella mia testa, la sofferenza e la rilassatezza, ignare del motivo, si scontrano. Un ordine presto arrivò per loro e ora è tempo di scannarsi a vicenda nel mio cervello.

La depressione assomiglia al fegato, è silenziosa fino a un minuto prima dell’esplosione. Ogni cittadino di questo posto è simile a quest’acqua nera, immobile nel recinto delle navi, un porto né piccolo né grande, da cui sarebbe non troppo complicato fuggir via.

Quanti lamenti incisi su quest’àncora.
Quanti tagli ho cucito su queste mani.
Nei giardini circostanti qualcosa si muove, è l’estate.

La mia ultima estate.

A.S.

La trecentina e i digitali

Il manoscritto trecentesco del Decameron, fragilissimo ed elegante tra le mani del direttore (senza guanti ma, insomma, non stiamo a sottilizzare) è un tesoro di cui non sapevamo nemmeno l’esistenza. Si trova tra i fondi speciali della Magna Capitana.

L’ espressione misteriosa ci suggerisce qualcosa a metà tra un film di 007 e uno di Harry Potter e promette chissà quali altri gioielli gelosamente custoditi dai sacerdoti di questo tempio laico. I ragazzi guardano a bocca aperta il video amatoriale. Boccaccio lo hanno appena studiato. Possibile sia proprio originale? Con questo dilemma che rimane sospeso a mezz’aria, il viaggio in biblioteca continua.

F.P.magnacapitanata

È bello qui. Il silenzio, l’ordine, la luce che entra dai finestroni e ci svela tanti tanti tanti libri. Ci chiamano, i libri. Tutti insieme e ciascuno col suo codice segreto, attraendoci in direzioni diverse, ammaliandoci come sirene verso suoni parole odori colori e storie. Tante storie.

Ci schiantiamo con piacere sugli scogli dei divanetti. Sarebbe bello restare per un tempo indefinito a sfogliare libri. «Non torniamo a scuola, prof…». Nessuno vuole uscire a fare i conti col mondo.

Qui non sembra neppure di essere a Foggia. «Proprio come a Roma o Milano o Parigi…», dice l’alunno viaggiatore.

«Prof, ma perché vogliono chiuderla?». Mi aspettavo la domanda di Francesca. «Noi solo questa c’abbiamo!!». Eccolo là, l’improbabile italiano di Mirko.

Mi commuovono questi giovani nativi digitali. È bastato poco a convertirli. Qualche libro e un po’ di silenzio. Cerco di trovare i termini più semplici ed obbiettivi. Tra qualche mese non esisteranno più le province: lo stato italiano le ha abolite ritenendole inutili oltre che dispendiose. Il problema, continuo, è che insieme agli enti provinciali sono a rischio anche alcune istituzioni importanti come le biblioteche tra cui la Magna Capitana, una delle più grandi della Puglia e fondamentale per la vita culturale della nostra terra travagliata.

I miei alunni hanno lo sguardo di chi non ha ben compreso e non solo per le parole che ho usato. Le facce sono arrabbiate, stupite, dispiaciute. Però non ancora rassegnate. Si, è vero, stanno alzando un po’ troppo la voce. Si alzano tutti. Dichiarano di voler fare lotte, occupazioni, raccolte di firme. Qualcuno propone di andare a Bari, a Roma. Qualcuno dovrà pur darci retta. Non possono toglierci la biblioteca.

Beh, mi dico , mentre faccio finta di zittirli, allora forse c’è ancora una speranza per la Magna Capitana. Quella particella “ci”, “a noi”, mi spiega che è bastata una volta a far sentire loro la biblioteca e indurli a lottare.

Forse davvero c’è qualcosa di magico tra queste mura, tra queste pagine. Boccaccio se la starà ridendo, come suo solito, da quella copia miracolosamente arrivata fino a noi.

M.L.T. (foto di F.P.)

Le arti marziali di fronte ai fornelli

Mi capita, soprattutto dopo aver fumato, di mettermi davanti ai fornelli e sentirmi un gran maestro di arti marziali cinesi. Pare che le gambe assumano da sole la posizione da cavaliere tipica del tai chi o kung fu: il coccige si sposta in avanti come seduto su uno sgabello, la spina dorsale è dritta, il mento è leggermente spostato all’indietro e la testa pende dal soffitto come attaccata a un filo. A completare il quadro, denti chiusi e lingua sotto il palato.

talamoig - profilo di donna

Presente e concentrato mi riapproprio di me. E’ un processo spontaneo e non capita sempre. Solo quando son rilassato e solo davanti al fornello sinistro. Allora il cucchiaio di legno fende l’aria, rimescola veloce, assaggia. Come le femmine, riesco a fare due e più cose insieme (e una di solito non mi basta). E’ poco zen, ma tant’è: fondamentalmente sono un’anima in pena. Ho preso da mia madre.

Adoro le verdure sminuzzate alla perfezione ma trovo il processo una gran rottura. Lavo però sotto l’acqua corrente, in uno scolapasta a maglie molto fini, legumi e cereali, riso integrale, miglio e quelle altre cose che, diceva M., dovrebbero mangiare i passeri.

L’olio di solito lo metto a crudo. Quand’ero piccolo mi è stato soffritto così tanto e tutto, che poi non ho soffritto più niente. Mi ci sto riconciliando, ma mi fa ancora una leggera paura quell’unto che risucchia ogni sapore.

Master of vegetables, mi ripeteva S. Il verduraio di fiducia, F., che coltiva alle porte della città, non mi fa allontanare se non mi ha regalato una busta di bietole o cicorielle selvatiche. Bietole tutto l’anno, che non so ancora  come faccia, nel frigo sono l’unica cosa che non manca.

Cucino in pentole rigorosamente d’acciaio, che di quelle antiaderenti ho l’idiosincrasia del rivestimento che se ne viene. E che provoca il cancro. Fumo da più di mezza vita, ma ingerire il teflon è per me ingurgitare un corpo estraneo alla vita o un rifiuto radioattivo. “Per tutti la morte ha uno sguardo”.

Forse ho iniziato a innamorarmi di A., e mi si è chiuso lo stomaco per tre settimane, quando mi ha detto che più di tutto le piacevano i legumi. Lì mi tramortisci: è un affondo senza parata e a niente servono gli estenuanti allenamenti in palestra.

Il pasto è un pensiero lungo che si consuma in fretta. Inizia al mattino, se non la sera prima. Un pensiero che prende corpo pian piano. Spunta all’improvviso dal nulla, bastano il suono di una parola, un racconto o un profumo. Quest’anno al compleanno, da brava nonnina, mi sono svegliato alle sei di mattina per andare al mercato a prendere l’occorrente per la cena. Avevo invitato quindici persone, che con me saremmo stati otto uomini e otto donne. Ero appena stato dal dottore e cercavo disperatamente un equilibrio di genere, abituato a sguazzare tra le donne. M. mi ha tenuto attaccato a sé, a volte fidanzato, altre organo del proprio corpo, strofinaccio per la polvere, fazzoletto con cui soffiarsi il naso e liberarsi degli umori in eccesso. Il padre ha lasciato fare, preso da ben altri fantasmi. E son venuto fuori ginecofobo, nonché con pensieri persistenti e ripetitivi creati ad arte per sconfiggere la solitudine. Va da sè che, con una M. così, N. doveva per forza soffrire di DCA e io non potevo non portare costantemente il pensiero al cibo. Una persona, tra le tante e più di tutte, mi ha ricordato N. Le incontro ancora nelle tipe strane di cui ogni tanto mi invaghisco. Per fortuna son volubile di carattere, così più di tanto non ci resisto.

Inizio incosciente ma so che fino alla fine riuscirò a mettere il piatto a tavola in tempo. Le ore di intenzione e preparazione si esauriscono poi in un pasto consumato alla svelta, specialmente se da solo. A casa vigeva un certo rigore, se non era bollente il piatto non era degno e allora tutti giù immersi senza fiatare in quelle pietanze condite da sentimenti confusi.

I miei coinquilini me l’hanno fatto notare: la minestra non può mancare. La amo sia in inverno che in estate. Cucino almeno per due, tanto gli avanzi te li mangi il giorno dopo senza neanche riscaldarli.  La mia passione è preparare marmitte per un numero imprecisato di ospiti. Il mio mito è quel personaggio de I vagabondi del Dharma che, con quel che trovava, improvvisava pranzi luculliani per tutti.

Ma questa fatica intellettuale avrà pure un senso?

Mia madre mi racconta come, nel  secondo dopoguerra in campagna, la fame fosse la norma. Pezzi di formaggio grandi come un’unghia, diceva sua nonna, andavano mangiati con intere fette di pane. Il periodo dei piselli era il periodo di piselli, quello delle melanzane tutti i giorni melanzane. Non c’era scampo.

Giù nella piana ricoperta di ulivi i campi sono ancora uno strato compatto di sassi. Sono impervie da coltivare le terrazze verso le montagne basse. Che non bastasse mai era un pensiero ricorrente, come il cibo veicolo d’amore. Così, passeggiando per le vie della città senz’alberi, guardando il triste volto della speculazione, mi distraggo. Taglio, condisco, preparo. Aglio, sedano, cipolla. Figlio di questa terra e dei suoi frutti.

Le anime perse dei migranti di Patrasso

A poca distanza dal porto, in cima a una piccola collina, il castello di Patrasso domina il mare. E alle sue spalle la città continua monotona, con le palazzine chiare di due o tre piani e le case abbandonate che sono diventate un tetto per i migranti di Patrasso. Qualcuno dice siano cinquemila. Inesistenti per la legge degli uomini e a quanto pare anche per quella di dio.

foto compleanno 2010 più altre 001

Dietro l’angolo, ad appena una notte di viaggio da Bari, Patrasso è un punto nevralgico per chi vuole tentare di attraversare illegalmente il Mediterraneo. Le frontiere greche sono un colabrodo e sono anche le ultime rimaste a dare speranza a chi fugge da guerra e povertà.

“C’est une catastrophe”, mi dice in francese un ragazzo berbero incontrato alla stazione. Un suo amico mi racconta che lui in Italia ci ha vissuto ma, espulso, ora tenta di rientrarci. Addossati alla rete metallica e al filo spinato che costeggiano il porto e accompagnano la città nel suo dispiegarsi sulla costa, ogni giorno vedi le stesse facce stanche. Nord Africa, Africa nera, una moltitudine di afgani. Trascorrono le loro giornate aspettando l’occasione buona per saltare la rete, correre verso un camion sperando di non essere visti, infilarcisi sotto a rischio della vita per arrivare in Italia e…

E’ il sogno di tutti. I controlli a tappeto rendono l’impresa praticamente impossibile, a meno che non paghi i trafficanti. Eppur ci sperano o la speranza ha solo lasciato il posto all’abitudine. I militari scandagliano i camion con gli scanner e gli stessi autisti stanno attenti a non avere ospiti indesiderati per via delle multe salate. Alla fine vengono stanati e picchiati dagli uni e dagli altri. Troppo uguali a se stessi quei giorni e quei mesi passati ad aspettare.

Un ragazzo afgano, avrà avuto quindici anni, aspetta un treno su una panchina. Scolpita sul suo volto la maturità precoce e la fatica di essere solo, solamente un bambino. Va a raccogliere patate,  dice nel suo inglese stentato, dieci ore al giorno gli frutteranno una ventina di euro.

C’era una volta a Patrasso un campo di baracche dove vivevano un migliaio di suoi connazionali. Un ragazzo che ci è passato mi ha detto: “entrato nella tenda per la notte, stavo attento a non toccare nulla, mi faceva tutto così schifo!” Ci avevano costruito anche una moschea, ma è stato demolito nel 2009. Prima che le sue casette di lamiere e cartoni fossero abbattute, alcune associazioni e centri sociali avevano iniziato a donare cibo e indumenti. Ma ora è tutto più difficile. I migranti sparsi per la città non si fidano, gli attivisti locali pensano alla situazione politica, ai tagli e alle proteste del sessantotto balcanico. L’indifferenza della gente che passeggia per le vie del centro e il limbo dei migranti che a due passi da lì guardano le navi salpare, sono due mondi lontanissimi.

Le politiche greche per l’integrazione sono inesistenti, la chiesa non sembra preoccuparsene e la società civile latita. Lo sfruttamento è quotidiano, i documenti una chimera. Le leggi comunitarie sono chiare: chiedere l’asilo politico in un paese dell’unione significa doverci restare. Ma per tutti la Grecia è solo una tappa di passaggio.

A chi conviene tenere tante vite appese a un filo? Soprattutto in periodo di crisi, dietro i toni roboanti dei nostri governanti, chissà quanti sotto sotto se la ridono di questa abbondanza di manodopera a basso costo e senza diritti, che spinge al ribasso i salari di tutti. Ancora una volta le politiche repressive si stanno rivelando efficaci.

A.V. – Autunno 2010